Gubi: il marchio che sale di più
L'editore danese che riporta in vita designer dimenticati (Paavo Tynell, Greta Grossman) e impone un glamour mid-century. Perché Gubi è ovunque.
Se un marchio riassume il gusto degli anni Venti del Duemila, è Gubi. L'editore danese è diventato onnipresente reinventando una strategia: riesumare designer dimenticati e dare loro una seconda vita glamour.
Il metodo Gubi
Invece di creare ex nihilo, Gubi riedita: i lampadari in ottone di Paavo Tynell, i pezzi di Greta Grossman, la sedia Beetle, la lampada Bestlite. Un mid-century meno canonico, più sensuale, perfetto per Instagram.
Perché funziona
Gubi occupa lo spazio tra l'icona fuori prezzo e il dupe senza anima: riedizioni curate, desiderabili, a un prezzo «premium accessibile». E una direzione artistica (showroom, immagini) impeccabile.
Il rovescio
A forza di essere ovunque (il velluto, l'ottone, la curva Gubi), il marchio rischia la sovraesposizione — il destino di ogni estetica troppo riuscita. Da tenere d'occhio.
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